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Nel quartiere

Tipo di progetto

Bozza

Data

Ottobre 2026

Bisogna che io mi sappia guardare bene dallo sfogliare i vecchi scritti. Solo negli ultimi anni ho compreso la necessità di essere più diretto. Prima parlava la testa e, sconnessa dalla penna, dettava parole e frasi instabili. Sento invece ora la necessità, prima ancora che con gli altri soprattutto con me stesso, di non mascherare i pensieri dietro a polverose filosofie.
Ecco perché, le nuove pagine, sono scritte per essere lette davvero. Sì, perché quelle di un tempo, e che ultimamente sto cercando di fare rivivere, sono troppo criptiche. Non sembrano nemmeno intenzionate ad essere apprezzate. Può sembrare un ragionamento contorto, ma volevo che qualcuno mi capisse al di là di una oggettiva difficoltà nella comprensione degli scritti, siano essi pensieri personali o brevi racconti. Delle poesie, poi, anch’esse mi raggiungono talvolta inafferrabili ancora oggi.

Ieri ho passeggiato per il quartiere con Rio. Una piacevole camminata: lui tira e io mi fermo, torno indietro e riparto. Ogni rumore secco, che ricorda vagamente un botto, lo spaventa. Queste situazioni non le potrò immortalare con alcuna foto, anche la memoria si affievolirà e diverrà incompiuta.
Siamo scesi per via Centro osservando il deserto. Poche anime a spasso. Negozi chiusi, ma non soltanto per l’orario. Bottega a destra senza insegne, a sinistra si legge “chiuso per ferie estive” (siamo ad ottobre), poco più avanti “cedesi attività”, la pasticceria sopravvissuta dalle luci spente in attesa di riaprire l’indomani mattina, due kebabbari a un centinaio di metri tra loro, un altro “vendesi” all’angolo, a fianco del bar, con ancora qualche avventore seduto nei magri tavolini esterni sotto al tendone giallo e blu.
Più sotto, lungo la via, un capannello di persone in attesa della pizza. Trovo Francesco, un ragazzino amico di mio nipote. Scambiamo veloci quattro chiacchiere. Lui se ne viene a stare dalla nonna durante il fine settimana. Mi cede un bel sorriso timido e poi, con una pacca sulla spalla, lo saluto e procedo lungo il marciapiede.
Alcuni carabinieri sono in sosta fuori dalla gelateria. Parlano probabilmente della divisa e degli stivali, sono giovani e, passando di fianco, penso che dovrebbero rafforzare il presidio nel quartiere. Negli ultimi anni sono accaduti troppi furti e noto come sia cresciuto il via vai di persone che bazzicano senza meta e senza un soldo in tasca. Sia di giorno che di notte. E il quartiere dove vivo, Borgo Roma, sta piano piano diventando più difficile rispetto a dieci anni fa quando certi accadimenti non erano la quotidianità.
Giungo al cinema Santa Teresa. Vedo due occhi impetuosi che mi scrutano da dietro la cassa. Entro e dico subito di non dubitare e che non ho intenzione di guardare il film con il mio cane. Il suo sguardo si rilassa e mi dice che proprio non avrebbe saputo come dirmi che Rio non poteva accedere in sala. In realtà sono lì solamente per acquistare la tessera per il cineforum, le faccio notare. Compilo così alcuni moduli e ritiro le due tessere.
Io non sono mai stato al cineforum, a meno che il cinema Mazziano non si potesse considerare come tale. Lo hanno chiuso da anni. Credo si intitolasse “respiro” quella pellicola della quale mi è rimasta nella memoria qualche vaga scena di primi piani rompi-schermo. Regista giapponese? Credo di sì. Io non avevo mai visto un film che non fosse “occidentale”.
Usciamo da Santa Teresa e cerco qualcosa da mangiare. Avrei l’imbarazzo della scelta. Pizzerie e trattorie, piuttosto che i succitati kebabbari, o qualcosa di greco. Ma in tutti i casi mi sento fuori contesto. Entrare in uno di questi locali solo con il cane (non “solo come” un cane) non mi si addice proprio. Sento sempre gli occhi addosso, perché tutti guardano Rio, dà nell’occhio nel bene e nel male (ma soprattutto nel bene). Sento che lo continuerebbero a monitorare. Io gli porgerei del cibo per dividere un po’ del mio pasto con lui. E ci parlerei, certo. E chi non ha il cane (o anche chi ce l’ha) non può capire. Forse per questo in tanti testi di canzoni si scherza su questo fatto menzionando i nostri magnifici e fedeli amici. La gente ci va a letto con i cani e ci parla, ci ride e ci gioca.
Allungo il passo, giungo al Panta Rei e vedo ragazze parlare ad alta voce, tanto che il vocio mi giunge a distanza. Avevo già battezzato la serata: panino e birra, poi a casa. E’ rimasto solo un toast asciutto e senza salse. Ma perché no. Certamente mi piace di più la qualità ma mi so adattare. Mentre attendo che la Moretti rossa venga spillata con arte, le ragazze sfilano lungo il bancone del bar dove, nel frattempo, mi faccio portare una ciotolina di taralli. Sono tutte piuttosto allegre ma non mi sembrano alticce. Ho già visto, con gli occhi dell’attenzione che osservano segretamente dietro di me, che stanno sorridendo a Rio.
Il barista mi porge il toast e la birra. Provo ad immaginare come mi vedono gli altri. E’ una riflessione creativa. Uomo al bancone con cane libero che gli gira intorno. Ben educato, certo. Guarda come sta seduto, gli guarda il toast e lui invece gli dà un tarallo ogni tanto. Vestito abbastanza bene, giacchetta quadrettata, camicetta da ufficio blu scuro, jeans da tutti-i-giorni, barba rasata con lunga basetta-optional. Anello al dito. Sta comunicando con il cane. Ahi ahi, questo parlare con gli animali! Paga il conto, non ha guardato in faccia nessuno, ma secondo me sa che lo stiamo osservando.
Quell’uomo, che sono io, sa tutto di questo, e si atteggia senza alcuna vanità. E’ fatto così e basta. Non vuole dimostrare anche se sembra che ogni volta lo voglia fare. Quell’uomo è stiloso a modo suo, felicemente slanciato e riflessivo. Ciò che era intorno a me, era chiaro ieri sera, è chiaro oggi. Se qualcuno avesse pensato che ero lì solo per distrarmi un po’, avrebbe sbagliato.

Imbocco la via di casa, continua a non esserci nessuno che passeggia; eppure, la serata è stupenda e calda, di un tepore autunnale che lascia solo il ricordo della torrida estate trascorsa. Apro il cancelletto inoltrandomi nel buio del porticato dal quale davvero potrebbe sbucare fuori qualcuno da ogni anfratto. Mi domando quanta paura avvertirei e come dovrei comportarmi. La parte buona di me dice una cosa, ma l’altro istinto potrebbe prendere il sopravvento. Ma siccome non voglio accada niente e sarebbe molto fuori contesto, apro immediatamente il portone e salgo le scale.

Ho un credito con il tempo ma non riesco a riscuoterlo. Quindi ciò che mi vortica in testa e che, in realtà, sono anche le solite idee, si ammutoliscono in fretta.
Entro in cucina e sento ancora una sferzata, un colpo di fame che non si è assopito con il toast.

Racconto a me queste situazioni, a volte le chiamo bozze, a volte non le identifico con nulla. Sto comprendendo una cosa importante. Se la lucidità me lo consentisse e, appunto, il credito con il tempo fosse sufficiente, potrei scrivere per ore, cartelle su cartelle. E vedo come questo modo di registrare le sensazioni mi venga proprio bene.
Non parlo della qualità di ciò che scrivo, ma del piacere di ciò che faccio. Ho una tastiera sotto le dita che sembra riverberare il rumore di una pioggia battente.
Non è propriamente un bivio ma: è questo ciò che mi fa stare bene? E’ sufficiente che io verghi pagine di pensieri o è invece più soddisfacente un “prodotto vendibile”, quindi la poesia, un libro, una canzone?
Credo entrambi ma so bene quanto sia difficile produrre qualcosa di definito e godibile. Le mie dita, in quel caso, non scorrono più così rapide, così vere.
In questo momento sto assaporando proprio ciò che sono e senza troppe formalità.
Mentre, ad esempio, il racconto è frutto di decine di revisioni, della scelta giusta del tempo, delle parole adatte alle varie situazioni.
Il bello, è che anche questo scritto può terminare senza una fine. Metto punto.

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