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Aforismi d'afa
Tipo di progetto
Racconto
Data
Maggio 2025
"In uno studio silenzioso, durante un’estate che non dà tregua, si alternano letture, pensieri vaganti e zanzare insistenti. Tra distrazioni e tentativi di comprensione, prende forma un frammento di tempo che forse non vuole dire nulla, ma qualcosa lascia"
La calura estiva filtra fino all’osso martellandolo ossessivamente e così ogni respiro si confonde con un moto affaticato e ripetuto che non trova riposo. Non bastano gli infissi spalancati. La corrente non si forma e le remote bave di frescura che riescono a filtrare si crogiolano nell’atmosfera estiva lasciandosi corrompere dall’afa persistente che domina da giorni.
Le candide pareti dello studio hanno assorbito l’intensa umidità che impaluda le strade. Poggiare la schiena contro di esse non dà sollievo. Si percepisce invece il sudore dei muri eburnei che avviluppano nell’ozio e nello stagnante soffocamento rotto soltanto dai remoti soffi d’aria che resistono contro una tenda pesante e afosa prima di dissolversi.
Pigrizia e sonnolenza trovano il culmine in questo ambiente. Nel subirli passivamente, trovo conforto in un bicchiere ghiacciato di acqua e limone e siedo a contemplare il silenzio del mezzogiorno interrotto dalle voci scomposte del vicinato.
Me ne sto così discosto rilassando le membra nell’angusto studio disordinato. Dinanzi a me osservo il calco di una timida nudità. Mi domando da dove provenga e perché riesca ad attirare la mia attenzione. E’ in posa e solleva delicatamente il tallone. La grazia che traspare ne deifica la sagoma. Tanta armonia mi affascina trasportandomi laddove la fanciulla un tempo posava per lo scultore. Il pensiero mi attira a lui, alle sue mani tanto premurose da riuscire ad immortalare un passo così solenne quanto intimo. Trascinato e sospinto in un sogno fuggente, mi ridesto in serenità.
Osservo il moto quasi impercettibile del drappo grigiastro che pende dal soffitto a ridosso della finestra. Mi avverte dell’urto smorzato di un vagito di frescura che presto svanisce mescolandosi all’arsura della stanza. Così distratto, sposto la mia attenzione all’angolo più nascosto, l’unico che, in nessuna stagione, si nutre dei raggi solari. Proprio in quel cantuccio ho deciso di contenere alcuni volumi riparandoli da occhi volgari. Non sono opere di valore. Non desidero nemmeno arredare quel tugurio solo per renderlo piacevole alla vista. Mi è più caro, invece, consultarlo per rinfrancarmi lo spirito. Lo custodisco con tanta gelosia che spesso mi addolora osservare i volumi intaccati dalla polvere. Ma è opera ardua tenerlo ben curato quando invece tutto ciò che sta intorno è visibilmente decadente. La causa è la mia ritrosia nel voler fare splendere la spartana mobilia con la quale la stanza è superficialmente arredata.
Cammino avanti e indietro per i pochi passi che riesco a compiere tra una parete e l’altra. Osservo ripetutamente sempre le stesse cose e gli stessi libri che da anni hanno preso dimora nella libreria. Li scruto ogni volta con il medesimo interesse che mi ha colto il giorno che ne sono venuto in possesso. L’affetto che m’incatena è così romantico ed inconfessato che custodisco compiutamente il mistero che mi lega a loro. Ogni libro possiede una riflessione remota che mi sospinge nel pelago della letteratura e dei riposti pensieri.
Il tempo corre via e mi accorgo dell’ineluttabile sgretolamento delle difese contro di esso. Le pagine si tingono di un’opaca tonalità giallognola che determina immediatamente la vetustà del singolo libro. Taluni resistono orgogliosamente al trascorrere del tempo, altri invece s’impoveriscono e invecchiano. Seguo il correre dei giorni, delle settimane, il volgere degli anni, il ciclo delle stagioni e inesorabilmente invecchio insieme a loro, nella speranza, de profundis, che le parole e i pensieri rimangano perpetuamente intatti.
Non c’è alcun rimedio in questi giorni. Si sono aggiunti anche alcuni insetti molesti che ronzano nel buio, si poggiano silenziosi sulla pelle e punzecchiano la cute lasciando un alone roseo. Sto così allerta, teso per colpire con eccessivo livore quegli invisibili criminali che si aggirano infastidendo le notti estive. Quando la luce si riaccende, il ronzio immediatamente cessa e i minuscoli alati fuggono in alto posandosi celatamente nei più riposti anfratti. Se mi capitassero tra le mani sarei capace di tendere loro le più brutali torture.
La luce allora si spegne nuovamente e prosegue ancora il ronzio, l’eterno fastidio che fluttua incessante nell’atmosfera immobile. Si è fatto ormai tardi. Sul tallone indifeso avverto il prurito che tanto desideravo evitare… inutilmente. Altro quindi non posso fare che graffiarmi ripetutamente. Mi flagello con le mie stesse dita e spedisco le invettive più truci e inumane contro il parassita che è riuscito a raggiungere lo scopo della sua esistenza.
L’alba si sta affacciando dietro l’alpe riverberando attraverso gli spiragli delle finestre. Così riaffiora il ciclico pensiero che la notte sia scivolata via troppo presto. Non sono riuscito a sconfiggere l’insetto che invece si è impossessato della mia linfa e ora attende smanioso l’arrivo della prossima tenebra.
La mattina è giunta e sono incatenato al letto da trame impalpabili. Ora che potrei finalmente riposare indisturbato, la vita chiama, pronta a nutrirsi di ben più sangue di quello sottratto da una zanzara.
Starei per ore a rileggere i titoli dei libri che conservo, basterebbero solo quelli per regalarmi attimi di serenità. Talvolta mi convinco di averli scritti io, sento la legittimità di ogni concetto e mi torna davvero tanto improbabile di non esserne stato io l’autore. Considero il fatto che, di ognuno, non avrei potuto leggere nulla di diverso da quello che vi è stato impresso. Non trovo modo di convincermi altrimenti. Mi sento così sicuro di aver interiorizzato certi pensieri che posso ricordare persino di aver steso un determinato brano in un momento preciso della mia vita.
Sostando ozioso nei pensieri, medito sulla facoltà di un libro di alimentare il genio e le idee, suggerendo contenuti e sospingendoli al parossismo. Ardo nella fiamma della creazione, tuffandomi nell’ignota vampa, e brucio intensamente – brucio – e le faville sono le note del canto: note elegiache che si percuotono, sovrastandosi, intorno alla pira fulgida, al lucente divampare che si perde per risplendere nell’empireo.
Non è mai esagerata l’elevazione delle essenze e degli ardimenti che brulicano di fantasie. Mi è dunque concesso innalzare lo spirito oltre la cortina dell’indifferenza, fuori dal mondo, fuori dai preconcetti che stagnano nelle corti borghesi della società. Me ne guardo bene dal fuggire i pedanti salotti, le maschere sorridenti che moralizzano e procedono con noiosi colloqui. Come si può prendere parte a tali discussioni? Tant’è che il problema risiede più in là perché nemmeno vorrei presenziare a certi oziosi salotti. Ma il solo fatto di rendermi desto della situazione mi solleva. Allora, senza indugio, mi dirigo alla porta, al balcone, alla terrazza, insomma qualche luogo dove disperdere lo sguardo, dove poter fuggire per scrollarmi di dosso le dozzinali chiacchiere che mi hanno investito.
Ora che mi sono rinchiuso tra queste pareti sento solo i passi che tentennano lievemente nell’estenuante senso di torpore che si è impadronito dello spazio. Sollevando lo sguardo sulla sommità dell’uscio, catturo nuovamente l’avvertimento che ho apposto tanto tempo addietro: “Domine, quo vadis?”. Non ricordo cosa mi avesse spinto a riprodurre quella sentenza sopra la porta dello studio. Sto avvertendo incertezza poiché dubito di avere davvero valutato una ragione profonda che ne abbia così ispirato l’incisione di quel motto. Mi capita talvolta di utilizzare degli adagi che, di tutto punto, mi pare racchiudano alti valori spirituali tanto da poter suggerire concetti profondi. Ma capita pure che mi raggiunga il desiderio di trascrivere frasi delle quali, in realtà, non percepisco immediatamente il senso.
Convivo da anni con l’epigrafe che mi pone questo interrogativo. Mi sono col tempo asservito a questo pensiero. Uscire di casa mi dona uno stato interiore di vuoto che non riesco a colmare. Sono la guardia di me stesso, mi inseguo ovunque, anche quando cerco di camuffarmi nella turba. E alla fine mi riconosco sempre trascinandomi ancora una volta nell’amata prigione in cui risiedo riprendendo i ragionamenti abbandonati prima della fugace dipartita.
Allora mi chiedo: dove voglio andare se tutto risiede all’interno di pochi metri di aria afosa? Riprendo allora la lettura di aforismi che parlano di speranza e di eterno. Ometto tutte le parti che non mi catturano e che non impattano energicamente sulla lettura. Salto spesso interi capitoli che comprendo essermi indigesti: non importa, la facoltà di scelta è un dono che si conquista nell’intimità di piccoli gesti compiuti lungo l’intera esistenza.
Poi cammino tra campi poetici che ho già percorso e dove non inciamperò. L’aria odora di un profumo più nuovo di fasci di grano, in lontananza, oltre la sommità di una modesta vetta. Respiro fragranze mai giunte ma soavemente colte da un fiuto attento. Tra il fogliame disseccato avanzo un passo leggero verso una fonte, una fonte che zampilla acqua lucente e brillante. Che altura, che brezza imponente!
Mi riscuoto improvvisamente. Uno strano movimento s’infiltra nel drappo che mi sta precludendo lo sguardo oltre la finestra. Una fresca ondata ariosa scosta le pagine del libro che ho poggiato sulle mie ginocchia. Questa stessa brezza mi lascia basito nell’arsura del pomeriggio estivo. Così la pelle s’increspa e, d’un baleno, avverto un dolce momento di benessere, un breve attimo che si libera dal capo all’ultimo nervo del piede. Un radioso momento che mi induce presto allo scrittoio per raccontare una nuova storia, banale e altrettanto bella.
Mi accosto con slancio al tavolo per lasciare spazio all’espressione. Probabilmente un nulla che tutti già conoscono, un frammento di letteratura nello sterminato carteggio…





