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L'orlo sfilacciato

Tipo di progetto

Racconto

Data

Maggio 2025

“In un appartamento silenzioso, Edran compie gesti quotidiani con automatismo, finché la rottura accidentale di una tazza lo costringe a confrontarsi con ricordi sopiti e dolori interiori. Un piccolo incidente domestico si trasforma in un viaggio emotivo tra passato e presente, dove oggetti e ferite diventano simboli di una perdita mai davvero elaborata”

La portella è rimasta socchiusa. Nello spiffero si notano alcuni tubetti di vitamine, un bicchiere per la sambuca a testa in giù e due tazze tra le quali si è formato un vuoto come vuote sono pure le due mensole soprastanti. Al bordo del lavello è posata una tazza tanto capiente da riuscire a contenere quasi mezzo litro d’acqua.
Edran l’ha poggiata lì meccanicamente con un gesto consueto. Accende il fuoco più piccolo, pone un pentolino a bollire e, nell’attesa, allestisce il vassoio: un lungo cucchiaio affusolato che utilizzerà per amalgamare lo zucchero miscelandolo con l’estratto delle foglie essiccate di melissa. Non appena avverte borbottare, spegne il fuoco e, con un guanto, afferra il manico rovente avvicinando l’acqua bollente alla tazza dove in pochi istanti la verserà coprendo poco più di tre quarti della capienza.
La sala dista pochi passi che percorre rapidamente posando il vassoio su un tavolino di vetro opaco sorretto da piedini metallici. Ha svolto ogni movimento nello stesso modo in cui lo compie da giorni. Come un robot, muove istintivamente gli arti, si adagia su una poltroncina monoposto e allunga la mano destra palpando per guadagnare il manico della tazza. Oltre l’acqua, anche la ceramica deve essere rovente in quanto Edran lascia subito andare la presa facendo tintinnare il tavolo. La tazza è rimasta lì, spostata di appena qualche centimetro e ora collocata adiacente al bordo del vassoio.
Edran ha atteso non più di un minuto e, con fare rilassato e pensieroso, tende nuovamente la mano per afferrare il manico che però non si è ancora raffreddato. Così, per la seconda volta, si trova a dover rilasciare la tazza che questa volta perde l’equilibrio sul vassoio, si inclina verso il bordo esterno scivolando rovinosamente sul pavimento.
Il contatto genera un rumore forte e perfetto di un oggetto fragile che si frantuma al suolo. Sono decine i cocci che si dissolvono nello stesso liquido che contenevano. Una pozzanghera allaga una dozzina di piastrelle rettangolari. Edran si trova spiazzato e colto d’improvviso dal danno che lui stesso ha causato. Ragiona in breve tempo su come tamponare la dispersione della tisana che non vuole si infiltri sotto i mobili o imbeva le tende. Allora, con un mocio che tiene sempre a portata di mano, riesce ad assorbire il liquido che versa poi nel secchio. Afferra quindi una scopa per raccogliere pezzo per pezzo i cocci della tazza.
La sala è nuovamente ordinata anche se si percepisce ancora il profumo di melissa aleggiare nell’aria. Edran si distende sulla poltrona e, anche senza la sua rilassante tisana, compie alcuni ampi respiri per cercare di distendere i nervi e concedersi un attimo di riposo.
Dalla posizione semidistesa in cui si trova, scorge da sotto la tenda un ulteriore frammento che non aveva ancora notato. È collocato proprio tra la portafinestra e il lungo drappo che scorre dal soffitto al pavimento. Lo osserva per un momento e distingue l’impugnatura a cui sono rimasti attaccati pochi altri frammenti di ceramica.
Si inginocchia sul pavimento scostando l’orlo della tenda osservando: “com’è riuscito questo manico a sfilacciare il ricamo?”. Edran, piuttosto sbigottito, ripercorre il moto della tazza dallo schianto, che non gli era apparso così violento, alla dispersione dei cocci. Era stato celere nei lavori di pulizia e attento a non imbrattare oltremodo la mobilia e altri tessuti. Non si era invece preoccupato che la rottura improvvisa della tazzina avesse potuto, a catena, generare eventuali altri danni collaterali.
“Comunque, meglio così… è tra le poche cose che conservavo di te e nemmeno so perché la usavo ancora…”, ammette tra sé Edran constatando che da ora avrebbe potuto usare alternativamente le altre due tazze rimaste.
Scostando la tenda per raccogliere l’ultimo coccio disperso, sposta leggermente il tendaggio osservando più da vicino la sfilacciatura. Si chiede se l’orlo sia in quello stato da tanto tempo o davvero sia stata la frattura della tazzina a lesionare il ricamo.
Edran lo sta accarezzando per cercare di individuare meglio la causa del danno. Non riesce bene a orientarsi. Non aveva mai fatto caso al particolare che ora teneva nelle proprie mani. “Potrebbe essere così da tempo immemore”, borbotta. E, allo stesso modo, potrebbe essere stato il graffio del manico che, infrangendosi al suolo, avesse schizzato contro il tessuto lesionandolo.
“Per la tazza ne farò a meno volentieri…”, e ritornando all’oggetto effimero che aveva da sempre considerato di nessun valore, il pensiero lo conduce al loro ultimo litigio. “Non torno più, ti dico, non ho certo bisogno di te!”. Ripensa a queste sue ultime parole che appaiono improvvisamente dalla nebbia dei ricordi. Lei lo aveva lasciato terminare, stranamente rasserenata da un bisticcio che si stava ripetendo quotidianamente da troppi mesi. Quella sera si era vestita di rosa-carne e indossava tacchi appuntiti che le regalavano un tocco così sensuale come Edran non aveva potuto apprezzare da tempo.
“Non ti disturbare… ad allontanarmi sarò io…”. Edran rievoca come lei, con calma fin troppo solenne, si fosse imposta sulla sua incapacità di mediare. Aveva provato a trattenerla e lei si era prontamente divincolata. Il tacco appuntito si era impigliato goffamente nella tenda e così lei aveva forzato il movimento, probabilmente lacerando l’orlo. La tenda era rimasta al suo posto ma visivamente aveva ondulato come una vela.
L’incuria di Edran è palpabile e lui stesso comprende che potrebbe essere la sua mente a dare un giudizio errato. Non aveva mai dato attenzione, in precedenza, al dettaglio che ora stava considerando reggendolo tra le mani.
Assorto in una riflessione apparentemente senza uscita, Edran si colloca a terra seduto e, nel sistemarsi a proprio agio, posa il palmo sinistro dietro di sé ponendo su di esso gran parte del suo peso. “Ahi!”, grida a denti stretti avvertendo poco lontano dal pollice un frammento appuntito conficcarsi nella carne. Per fortuna Edran è lesto a rimuovere la mano dall’oggetto contundente con cui è stato ferito ma qualche goccia di sangue presto inizia a colare ugualmente.
Si rimette in piedi alla ricerca di un pezzo di stoffa con cui tamponare il taglio che si è procurato. Cerca all’interno degli armadietti del bagno, porta la ferita alla bocca e la lecca. E’ un taglio di modeste dimensioni ma il dolore non è immaginario e lo avverte inerpicarsi lungo il braccio.
Edran non trova alcuno straccio da poter utilizzare come tampone. E la situazione ancora più bizzarra è che lo stesso dolore inizia a percepirlo anche nella mano opposta. La medesima fitta scorre parallelamente da una parte all’altra. Sono delle piccole scosse elettriche, degli impulsi che salgono a scatti con brevi ripetizioni. Racchiude allora entrambe le mani davanti a sé utilizzandole per tamponare da un lato il vero taglio e dall’altro per nutrire la speranza di dimenticare il dolore immaginario che è però convinto di avvertire.
Lo attraversa un senso di spaesamento. Il tempo si rilassa proiettandosi nel passato ormai sepolto e poi si contrae come una fisarmonica. Il dolore è tutto localizzato sulla mano sana che sembra colare sangue scuro, pur senza alcun taglio visibile. Riporta alla bocca la ferita inferta alla mano sinistra per tamponare almeno il dolore visibile.
Edran ritrova ancora l’impugnatura della tazza. E’ frastornato e la scorge lì, adombrata dietro la tenda. La scosta sollevando il lembo dal fondo e avvolgendolo, come una garza, attorno alla mano destra che ne riceve immediato sollievo. Allontana la sinistra dalla bocca serrandola a pugno.
Cerca invano l’altro coccio appuntito che è sicuro di trovare lì a terra a pochissima distanza. Allunga il braccio sinistro frugando negli anfratti del pavimento, dietro la mobilia e sotto i vasi. In questo frugare, ciò che gli appare è solamente un pavimento ricoperto di fredde piastrelle sulle quali non rileva una sola goccia di sangue. Rivolge verso di sé entrambi i palmi coperti da un alone grigiastro di polvere sottile. La tenda è così lasciata dondolare nel vuoto proprio come una vela in mezzo al mare.

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