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L'osso

Tipo di progetto

Racconto

Data

Giugno 2026

“Non potevo mantenere l’effetto finto-barocco di un racconto datato. Letto e riletto più volte, ho capito che non si capiva nulla. Era solamente l’esempio di come non si scrive. O meglio, la perfetta sintesi di chi raccoglie confusamente frasi da ciò che ha letto e le vomita come se fossero sue. Niente più che un gioco. Come avere dieci colori acrilici e dosarli a caso sulla tela: ne esce solo un insieme caotico di idee intrasmissibili.
Oggi so cosa volevo dire vent'anni fa. Comprendo quel confronto tra due personaggi — un cliché che non portava nessuna novità — e ricordo il borgo medievale in cui avevo forzato la scena tra silenzi e immagini bucoliche.
Tutta banalità trasmessa nel tempo, fino a oggi. Pensavo di correggere tutto, ma sarebbe stato un errore. L'originale era troppo distante. D’altra parte, mi dispiaceva buttare via il sentimento che lo aveva fatto nascere.
Ecco perché ho ridotto tutto a un frammento, riscrivendolo da zero.
La scrittura iniziale era un racconto compiuto ma che faceva buchi ovunque.
Quello attuale potrebbe apparire senza capo né coda pur mantenendo il medesimo significato del precedente.”

In platea non sedeva nessuno. I tendaggi erano aperti a formare grandi ombre ai lati del palco. La luce era garantita da un proiettore collocato a ridosso di un orologio disegnato sul soffitto con le lancette ferme e disordinate sul primo quarto.

Il vecchio era appeso alle corde che scendevano da una nuvola di cartone posta sul frontale superiore dell’allestimento scenografico.
Trattenuto da un’imbragatura che si confondeva nella trama della giacca, stava calando lentamente. Le sue gambe penzolavano nel vuoto. Roteò alcune volte la testa scrutando la sala deserta.

Al centro del palco era collocato un tavolo grigio sabbia contenuto in una struttura d’acciaio. Tese il collo verso il basso per capire se gli ingranaggi stessero girando a vuoto o se quel gracchiare fosse il rumore del nastro graffiato dalla testina. In quella posizione somigliava a un’anatra tesa a spiare sotto la superficie dell’acqua.

“Allenta la corda!”, urlò di getto comandando che fosse calato con maggior veemenza. Il tempo non era ancora partito ma i suoi trenta minuti non sarebbero comunque stati sufficienti. Scese lento finché l’argano si bloccò del tutto lasciandolo dondolare docilmente a mezza via.
“Perché sono bloccato?”, imprecò agitando nervosamente i piedi che fluttuavano nella scena deserta.
Gli ingranaggi del registratore ruotavano indifferenti al sordo reclamo del vecchio che desiderava bloccare il tempo.

Dall’altro campo della scena uscì un giovane. Azionò una ragnatela liberando un piccolo getto di filamenti che afferrarono le gambe del tavolo mentre altri lo tenevano in perfetto equilibrio. Il piano ascese poco alla volta. Sembrava sospeso nel nulla, tanto erano sottili i filamenti.
Il ragazzo alzò le braccia, le pose sul tavolo che era giunto all’altezza del suo mento e premette il tasto REC. Il meccanismo iniziò a scricchiolare come se il nastro della cassetta fosse stato bruscamente strattonato.
“Prenditi i miei minuti”, propose al vecchio cercando di dargli conforto.

Il cronometro partì e ora, al rumore degli ingranaggi, si aggiunse un ipnotico TIC-TAC.

Il volto del vecchio non si era per niente disteso. Una lunga ruga gli segnava la fronte colandogli giù fino al mento raggrinzito. Non aveva rifiutato l’offerta ma nemmeno aveva mostrato gratitudine. Prese dei lunghi respiri che, a tratti, furono rantoli di rabbia. Il nastro scorreva robotico nutrendosi dei lamenti che gocciolavano dalla sua voce roca.
Il vecchio aprì le braccia afferrando tenacemente la struttura che lo teneva imprigionato. Cercò di allungarsi verso il marchingegno ma il tasto STOP rimase irraggiungibile.

“Ferma quella macchina!”, indicò bruscamente al ragazzo ancora immobile a fianco del tavolo volante. Questi fece per bloccare la registrazione ma una mano trasparente, rivestita di ragnatela, glielo proibì.

La bobina nel mangianastri correva come le ruote di una bicicletta in discesa. Fino a quel momento aveva catturato solamente delle vane lamentele e le frequenze di un respiro sempre più affannato.

Poi, un improvviso TAC metallico fece sobbalzare il vecchio che si riversò pericolosamente in avanti. La prontezza dei riflessi lo mantenne saldo nella presa. Sgranò gli occhi impauriti, come se il tempo della registrazione fosse terminato.
Un grande bullone stava ancora rotolando lungo la pendenza del palco. Era caduto dal frontale della struttura superiore e il secco impatto aveva echeggiato tra i sedili della platea.

“Erano i morsi della fame... e il secondo agnellino l’abbiamo lasciato andare…”, confessò con rimpianto il vecchio che poi proseguì raccontando confusamente l’aneddoto. Una lacrima gli irrigò il volto e le parole si bloccarono nuovamente lasciando spazio alla commozione.

Il registratore, per pietà, fece scattare il tasto di arresto e il nastro fermò la sua corsa. Il suono crudo del cronometro proseguì comunque martellando inesorabilmente.

Le corde si mossero a ritroso risalendo adagio verso la nuvola di cartone. Il vecchio si stava allontanando mestamente dal tavolo ma il suo volto si faceva più sereno. Dalle profonde cavità dei suoi occhi nessun battito di ciglia.

La mano immobile del ragazzo fu liberata dalla gabbia dei filamenti.
Il rullo dei tendaggi si mosse. Piano piano, i lunghi festoni chiusero il sipario e l’ultimo fiotto di luce spirò.

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