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Un senso di calma sospesa

Tipo di progetto

Racconto

Data

Gennaio 2026

"Indossai una maschera,
si aprirono le quinte
e la platea vuota applaudì"

Com’era stata clemente l’estate, se non fosse stato per la fulminea e copiosa grandinata che per poco non mi aveva investito lungo un percorso con pochi ripari. Tutto era diventato grigio d’un colpo. Numerose folate di vento si erano alzate minacciose. La terra si era smossa in piccoli uragani che vorticavano spirando liberi in un parco incolto attorniato da un pianeggiante sterrato.
L’avversità del tempo stava giungendo impetuosamente, rude e manesca. Io, che in quegli attimi ero attento a questioni troppo umane, attendevo che il vento mi investisse. La polvere si sarebbe strusciata contro i polpacci nudi e le prime gocce ghiacciate si sarebbero riversate sul capo. Desideravo osservare come il terreno, a mano a mano, si sarebbe imbevuto e di come alcuni massi avrebbero presto brillato sotto la pioggia.
Poi, alcuni chicchi di grandine colpirono un piccolo arbusto di fronte a me e iniziò a sibilare un vento sinistro. Si affacciava così l’autunno.
Io passeggiavo ogni settimana presso il parco. Cobra lo adorava. Cosa potesse accendere così vivamente il suo interesse mi era difficile da comprendere. Potrei scommettere che, se avesse dovuto esprimere il suo ultimo desiderio, sarebbe stato quello di correre ancora una volta incontro ai colombi che, di fronte al suo arrivo minaccioso, fuggivano sempre con spavento prendendo il volo.
Era l’unico cane con il quale ero riuscito a legare e anche il solo che condivideva con me ogni momento. Talvolta mi chiedevo da cosa nascesse la nostra unione e sempre trovavo risposte piuttosto vaghe. Tra l’altro, io non ricordo di essere mai stato amante degli animali. Li rispettavo, è vero, ma tutto questo desiderio di vivere in loro compagnia non mi era mai appartenuto.
Una nebbiolina stava danzando sopra l’erba. Cobra si incuneava in improbabili anfratti e ciò che combinava rimaneva quasi sempre inspiegato, tranne qualche caso. Ricordo, infatti, come un giorno ritornò da me giocoso. Mi apparì con le zampe ricoperte di fango fino al costato e teneva un piccione in bocca che sembrava esanime. Me lo offrì ai piedi, lo lasciò cadere e mi guardò con aria innocente. Rimasi nel dubbio che avesse voluto salvare il pennuto da una situazione di pericolo. Rimaneva anche l’ipotesi che Cobra fosse in realtà un predatore e che, semplicemente, seguisse il proprio istinto.
Talvolta lo seguo perdersi in alcune fitte siepi che mi fanno domandare come possa talora infilarsi in certi cunicoli che sembrano fatti a malapena per il passaggio di un leprotto. Poi, si incanta nel seguire le ultime foglie che cadono, ingiallite e deboli.
Credo sia stata l’innocenza della sua vita e la meraviglia dei suoi occhi tondi e felici ad avermi catturato.
Pertanto, se avessi potuto afferrare il suo intento, nel momento in cui depose davanti a me il piccione, avrei potuto comprendere meglio il suo semplice gesto. Non potevo però andare oltre. Semplicemente, stavamo bene così, intimamente connessi nel nostro sincero rapporto. Mi comunicava le emozioni abbaiando e scappando, mulinando la coda e correndo via per poi tornare sempre da me.
Mi passeggiava di fianco. Osservandolo, attendevo le sue libere corse incontro agli uccelli che scappavano via intimoriti battendo le ali all’impazzata e lasciando spesso cadere qualche penna. Come potevo rimanere impassibile, non ridere, non gioire di lui e per lui?
Talvolta, invece, mi raccoglievo in me stesso, sedendomi sul terreno, confondendomi nel silenzio e lasciando che Cobra corresse libero. Si delineavano racconti senza consistenza e desideri che avrei voluto si avverassero. Sentivo di volermi liberare e scappare. Mi convincevo che sarebbe bastata una breve fuga per poi, ineluttabilmente, rientrare di nuovo nel mio corpo.
Le mie idee, spesso confuse, incontravano sempre una platea vuota. Però, in tali frangenti, potevo muovermi ovunque, avanti e indietro nel tempo, rimanere sulla terra o nascondermi tra le galassie, cambiando mondi, respirando nell’acqua, per diventare un serpente e strisciare nelle sterpaglie, confondendomi infine nelle vesti di una regina.
Cobra si mise accanto a me e sincronizzò il ritmo del respiro con il mio. Il suo alito caldo fumava nell’aria umida. Il sole non si era ancora mostrato. Sul mio volto crespo sentivo la rugiada infiltrarsi sui fili di barba incolta. Mi fissò in sereno ascolto. Notai come la nobiltà in cui sedeva lo raffigurasse in modo iconico.
“Cobra”, incitai. Lui drizzò la coda e subito iniziò ad agitarla ma si calmò, subito dopo, tornando immobile. Bastava un piccolo gesto affinché ci potessimo sintonizzare sulla stessa frequenza, doveva solo battere un ciglio, sbadigliare o allungare una zampa.
“Avrei da parlarti per ore, lungamente, senza sosta”, sospirai rivolgendomi a lui. Ma crebbe subito in me un senso di pentimento e di frustrazione. Non avrei trovato alcun riscontro in lui anche se, di sicuro, mi avrebbe ascoltato con tenera attenzione. Provai ad accennare un primo discorso ma le parole, che credevo sarebbero scese fluide, si strozzarono subito. La mia mente era soggiogata a un lavorio continuo, a un rimestamento di convinzioni che non trovavano sbocco.
Da tale incapacità nasceva il mio desiderio di cogliere il suo muso tra le mani al fine di poterlo sentire più vicino e cercare di entrare nella sua dimensione. Volevo provasse i miei sentimenti, le emozioni e comprendesse la difficoltà dell’esistenza umana.
Però, tutto svanì inesorabilmente in un istante e sparirono anche le piacevoli sensazioni che si erano venute a creare.
“Vieni qui e resta vicino a me”, conclusi infine con un filo di voce. Lui si avvicinò e, senza indugi, si sedette al mio fianco.
Estrassi dalla tasca un fazzoletto di stoffa stropicciato. Non ne usavo ormai da anni. Ricordo solo che, una volta lavati, odorosi di bucato e asciutti, aiutavo mia madre a piegarli e riporli nella cassettiera. Mi insegnava che non era necessario stirarli perché serviva solamente un po’ di pressione delle mani. Quindi, con i palmi ben aperti, stendevo la stoffa per il dritto e il rovescio. Poi, chiusa a mo’ di panino, la ripiegavo in due e poi in quattro.
Mi mescolai nelle acque tiepide del mio passato, nel profumo di lavanda e nella sensazione che nulla potesse più cambiare. Giocavo per ore e, solo questo, valeva davvero il prezzo della vita. Potevo anche rimanere un pomeriggio intero a osservare una mosca sbattere contro il vetro della finestra. Si appoggiava, io mi avvicinavo, e lei, all’ultimo istante, volava via cambiando repentinamente direzione.
Una volta ne seguii una impugnando un fascio di cartoncini. Per gioco lo battei sul vetro cercando di colpirla e di intontirla per poi poterla esaminare da vicino. Lei cadde battendo sul piano di marmo. Le ali frusciavano ancora ma le zampette, invece, erano immobili. Tutto d’un tratto, così come era nato dal nulla, l’interesse per quella mosca cessò. Tornai dunque in me che ancora tenevo in mano il fazzoletto e lo rimisi così nella tasca dei pantaloni.
Frugai poi con le dita ed estrassi una foto. Non riportava nessuna data, nessuna indicazione e mostrava gli angoli piegati. L’immagine risultava un po’ sfocata. La foto era così piccola tanto da poter essere tenuta tra le dita di una mano. Mostrava due figure piuttosto opache confuse nell’erba. Nel frattempo, Cobra aveva allungato le zampe anteriori e aveva adagiato il muso sulle mie gambe. Posai un palmo sul suo capo per fargli sentire ancora di più la mia presenza. Lo accarezzai cautamente, con affetto. Lui chiuse gli occhi mentre io, con l’altra mano, continuavo a reggere la foto tra le dita.
Tra le due sagome, una sapevo essere certamente la sua. Mi sembrava allegro in mezzo a un prato e come in posa al fianco di un esemplare che, anche nella sfocatura, gli somigliava davvero molto. Non c’era però alcuna traccia che potesse aiutarmi a capire di più, nemmeno un piccolo indizio che potesse suggerirmi qualcosa.
Nella foto, Cobra era giovane, probabilmente cucciolo. Il suo compagno sembrava lievemente più piccolo. Avevo supposto potessero essere fratelli ma poteva essere vera l’ipotesi che invece fosse uno dei suoi cuccioli. Non importava, tanto non l’avrei mai potuto sapere né ora né mai.
Quando lo trovai, Cobra indossava un collare, era denutrito e impaurito. Lo convinsi a uscire dal suo riparo che ancora singhiozzava sommessamente. Anche in quel pomeriggio la giornata era umida e fresca. Nel collare trovai infilata quella foto che quindi sfilai e conservai.
Mi chiesi come sarebbe stato giusto agire, se cercare il padrone oppure l’altro cane che tanto somigliava a Cobra. In questo frangente, finché i giorni trascorrevano, tra noi si andava instaurando un rapporto distaccato ma affettuoso e di reciproca fiducia.
Sembravamo completarci, pur non avendo realmente bisogno l’uno dell’altro. Eppure, sentivo quanto affetto avevo maturato per lui. Ancora oggi non riesco a spiegarmelo ma la sola osservazione dei suoi occhi lucenti mi infonde serenità. Credo che la stessa sensazione la riesca a provare anche lui.
Ora, però, il tempo stava scalpitando: “questo vento ci farà a pezzi!”, mi lamentai con Cobra accorgendomi che la temperatura stava calando visibilmente e che le nubi si stavano facendo via via più minacciose. Non eravamo comunque del tutto impreparati e ci saremmo presto protetti dirigendoci sotto il tetto di un vicino container.
Diedi un colpetto sulla sua schiena indicandogli di spostare il muso dalle mie gambe. Sembrava di non volerne sapere ma non feci particolare caso alla sua ritrosia. Mi alzai scostandolo di lato. I pantaloni erano lievemente stropicciati, così li lisciai con il palmo delle mani, così come avevo fatto con i fazzoletti di stoffa.
E rimasi ancora assorto su quella foto. Stavo rivivendo alcune emozioni. Era un comportamento che normalmente faceva parte di me. Mi rituffavo in situazioni passate, in momenti sbiaditi nel tempo e lì, tra loro, mi perdevo. Cobra invece, a tutto questo, non avrebbe dato alcun peso. Per lui il momento in cui vivere era uno solo ed era quello che non aveva né un prima né un dopo.
“Cobra!”, lo incitai ora invitando a raggiungermi. Dovetti però ripetere il suo nome alcune volte per convincerlo a muoversi nella mia direzione. Il suo corpo conduceva il peso di un’età incerta e di un passato ignoto. Aveva il pelo umido di rugiada e si scrollò spargendo migliaia di gocce tutto intorno.
Ressi ancora per un po’ la foto tra le dita assorto in vane elucubrazioni. Poi, avvertii la sua bocca scivolarmi sul dorso. Coi denti afferrò quella stampa dagli angoli smussati che adagiò sul terreno osservandola. Lo stavo probabilmente umanizzando troppo però, in quel frangente, ero convinto che Cobra si sentisse coinvolto.
Riafferrò la fotografia e, fissandomi negli occhi, masticò distrattamente. Bastò poco per renderla una poltiglia. La depose nuovamente sul selciato al fianco di un copioso cespuglio di erba umida.
Compresi il suo desiderio di chiudere col passato anche se, mi resi poi conto, altro non era che il solo frutto della mia intenzione. Non era difatti possibile che lui potesse intendere qualcosa sul trascorrere del tempo. Stavo evidentemente riflettendo i miei pensieri su di lui.
Mi avvicinai alla poltiglia di carta deforme e la calciai disperdendola nel cespuglio d’erba. “Forza, andiamo!”, ordinai indicandogli di seguirmi. Ripresi quindi a camminare con passo deciso ma dopo alcuni metri, istintivamente, mi bloccai di colpo voltandomi all’indietro.
Cobra era rimasto fermo sul posto e la sua sagoma opaca era rivolta verso di me. Non mi mossi di un passo ma lo osservai attentamente. Alcune ciocche di peli ingrigiti maculavano la sua pelliccia e sotto il mento si ergevano alcuni peli bianchi che gli conferivano un’aria matura.
Allora tornai indietro, mi inginocchiai al suo fianco e poggiai l’orecchio sul suo costato. Sentii così il suo cuore battere lento e lo abbracciai dolcemente.

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