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🟡 La comoda gabbia della prevedibilità

  • 3 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

🔵 Introduzione

Mi sono chiesto: qual è il migliore tra i servizi cloud? Quelli in cui la riservatezza è garantita, quelli gratuiti? E dove finiscono i miei dati?

Ho approfondito per curiosità o forse istinto, non saprei. Ho scoperto, come sempre accade, dei nuovi aspetti che non avevo considerato, scenari economici e sociali (qualcosa racconterò nello sviluppo dell’articolo).

Ciò che ritengo più interessante sono gli incontri casuali con materie in cui non mi ero ancora imbattuto.

Serendipità (adoro questa parola che echeggia anche in altri miei articoli): l’ho fatta mia, ma usatela pure anche voi, e ho notato come alcune tra le situazioni migliori nascano da casi fortuiti. Chiunque può trovare nella propria vita momenti in cui la casualità ha dato alla luce esperienze inattese.


🟣 Il gratuito prezzo da pagare

Vado a braccio, come se avessi rotto una collana di perle, queste fossero in giro a rimbalzare ovunque e io nella speranza di raccoglierle tutte.

Mi piace sapere che ciò che scrivo viene poi reso pubblico e letto da qualcuno. Temo piuttosto che un giorno i miei fogli elettronici possano venire irrimediabilmente persi. Così ho ragionato sulla necessità di un riparo sicuro e sono atterrato sul cloud che mi è sembrato la scelta migliore.

Innanzitutto, voglio poter accedere ai miei dati ogni volta che lo desidero e da qualunque postazione. In seconda battuta, confido nella sicurezza del servizio fornito. Non riesco a immaginare, a meno di catastrofi interplanetarie, di ricevere l’ipotetica e inattesa comunicazione: “Gentile Cliente, siamo spiacenti nel dirle che abbiamo perso tutti i suoi dati”.

Avere i propri dati sulla nuvola, e non sapere dove essa precisamente si trovi, può dare adito a dubbi. E sì, tali dubbi sono stati suffragati da ciò che immaginavo cosicché, trovando certe conferme, mi sono imbattuto in nuove riflessioni.

I servizi gratuiti di cloud notoriamente non criptano i dati e li potrebbero fornire a terzi (principalmente a Governi che ne facessero richiesta per motivi di indagine e sicurezza). Inoltre, utenti con privilegi di amministrazione, anch’essi potrebbero frugare tra i dati. Pur considerando questa come possibilità molto remota e tracciata, è giusto metterla nel paniere.

In entrambi i casi, sono certo che né ai Governi né agli amministratori possa interessare ciò che scrivo, nemmeno sbirciare tra le centinaia di foto in cui mi si può trovare in costume o in posa davanti ad un monumento.

C’è un meccanismo più complesso, non solo in merito al servizio di cloud, che è stato lo stimolo per iniziare questo articolo. Utilizzando internet o accedendo ai social ogni ricerca, ogni pagina, ogni dato vengono tracciati.

A questo punto, però, ci deve essere il risvolto della medaglia. Insomma, tutta questa informazione a portata di mano e la possibilità di avere accesso ad un’infinità di servizi OnLine dovranno pure avere un tornaconto. La regola è ovvia: “non si fa niente per niente” (e non c’è bisogno di questo articolo per capirlo).

Segue questo esempio. Mettiamo che io riesca a raccogliere costantemente le informazioni di un individuo: quali sono i suoi interessi, se paga abitualmente con bancomat, quali negozi frequenta e in quale zona, se gli piace la musica moderna, italiana o straniera, se gli piace viaggiare, cucinare, se ha famiglia, figli e quali siano le loro attitudini, se predilige le vacanze al mare o in montagna, se invece è pigro e trascorre i giorni in casa svolgendo i propri hobby.

Sono informazioni sufficienti per potersi bene immedesimare in questo soggetto. Raccogliendo ancora maggiori e costanti dettagli, potremmo predire le sue azioni future? Non credo, è la mia dubbiosa risposta. Io, di certo, no. Non sono in grado perché sono un essere umano.

Diamo però in pasto le informazioni a dei robot evoluti che, invece di determinare le azioni di un solo individuo, riescono a determinarle su una più ampia scala. Sono sufficienti pochi istanti per tracciare milioni di dati, aggregarli e fornire statistiche molto precise sugli interessi e sulle prossime azioni di migliaia di utenti.

Ognuno di noi è un piccolo tassello. Anche per il soggetto più avveduto e riservato si può intuire come agirà domani, tra un mese, tra un anno. Non si tratta di un oroscopo, quanto invece della capacità di comprendere la tendenza delle masse.

Forse è questo il prezzo da pagare per usufruire dei servizi gratuiti che quotidianamente utilizziamo.


🔴 Una spinta gentile

Dunque, se si presume di prevedere le azioni di un individuo, di una comunità e, via via, di un sempre maggior campione di soggetti, possiamo anche considerare di essere “gentilmente” spinti in maniera guidata.

Che sia vero questo disegno? O è solo la mia sensazione di sistematicità e conformismo in cui niente viene offerto senza voler ottenere qualcosa in cambio?

Potrei ora essere caduto, a mia volta, nel medesimo circolo vizioso, ciò che io stesso ho descritto. L’algoritmo di internet mi potrebbe aver individuato e conformato. Ha agito in anticipo. Desideravo conforto e conferme ai miei dubbi e lui me li ha saputi fornire.

La rete respira la nostra fragilità, le paure e le abitudini. Non ci contraddice mai e ci fornisce sempre ciò che crediamo di aver cercato per caso.

Perciò, agire in maniera del tutto indipendente credo sia quanto di più improbabile si possa credere di fare in un mondo moderno in cui la tecnologia e, quindi la rete, sono entrati radicalmente nella nostra vita.

Per quanto si possa essere consci di questa situazione, per un certo verso gongoliamo nella comodità di tutti i giorni. Non c’è più nulla di sincero per cui schierarsi, niente per cui battersi e nessuna sana ribellione all’orizzonte. Viviamo in una comoda gabbia che ci siamo costruiti giorno dopo giorno.


⚪ Conclusione

Non nascondo di aver preso in prestito qualche estratto dal libro “La spinta gentile”. Come posso però essere sicuro di essere stato io a trovarlo arbitrariamente senza alcuna “spinta”? E’ il cortocircuito di cui scrivevo prima. Si è convinti di aver indirizzato liberamente le proprie scelte ma in realtà potrebbe esserci stata una guida silenziosa ad averci condotto lì.

Non serve essere paranoici o desiderare di vivere in una spelonca come un eremita. Sto provando a prendere le opportune distanze agendo in questo modo: ho disattivato le notifiche per le applicazioni che utilizzo maggiormente e ora sono circa due settimane che il cellulare non “lampeggia”. E non guardo più l’orario accendendo di continuo lo schermo (sotto sotto so che avevo la curiosità di vedere se nel frattempo mi fosse giunta qualche notifica).

Sto provando l’ebrezza di discernere la vita reale dalla vita social. Cosa si scopre? Beh, che il silenzio non è noia, che la noia non è vuoto, che il vuoto non è il nulla.

E’ come smettere di fumare: non lo credi fattibile ma, quando ci riesci, ti sembra impossibile che prima tu lo dovessi fare per sentirti appagato.

Serve accettare il nulla e saperlo riempire anche con i silenzi. E bisogna imparare a spiazzare il sistema partendo da noi stessi.

L’ultima esortazione che rivolgo a me stesso: affrontare idee contrarie alle mie. Un modo efficace per la nascita di nuovi stimoli e per rendermi imprevedibile.

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Scrivo tra righe di codice e righe di pensiero. Questo spazio raccoglie ciò che non voglio più lasciare in sospeso

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