🟡 La società seduta in poltrona
- 14 mag
- Tempo di lettura: 4 min
🔵 Introduzione
Tutti gli articoli che leggo iniziano con il “botto”! Guai se non agganciano il lettore. Le prime righe sono fondamentali, altrimenti fanno sentire il tuo pezzo fuori moda, o comunque non accattivante o non social.
Voglio andare dritto al punto, senza cercare consensi. Ho solo bisogno di dire quel che penso: un articolo immediato e non ricercato. Sapete cosa mi ha dato lo spunto per scrivere? Beh, una cosa non propriamente felice: parliamo di un tentato furto nella zona di alcuni garage che risultano essere poco esposti e di certo distanti dalla luce del sole.
Una mattina mi sveglio presto, passeggio per il quartiere, rientro a casa e vedo un po’ di confusione; da lì comprendo che qualcuno di “non desiderato” è venuto a farci visita. Ecco, non sono qui a raccontarvi della situazione, ma di ciò che mi ha fatto riflettere.
La chiamo comunità, ma se la parola vi ricorda la politica, chiamatela come vi pare.
🟣 Marciando a piedi
Lasciare un’area al buio, come quella dedicata ai garage, può dare adito purtroppo a episodi spiacevoli. E furti, nella mia zona, non se ne vedevano da anni. Attenzione, senza narrare troppo del luogo in cui vivo, non dico di abitare in un quartiere di lusso (non fa per me), ma nemmeno in una zona in cui sia necessario un continuo pattugliamento.
Sapete chi sono, sapete dove vivo, sapete certamente fare i vostri conti senza che scenda troppo nei dettagli. Quindi, veniamo al dunque: la società. È qui che voglio andare a parare. Ho riflettuto sul fatto che negli anni si sia perso l’effetto comunitario, di reale e concreta condivisione.
Pur essendo conscio che la mia situazione lavorativa è piuttosto statica — quindi non posso avere la stessa sensibilità di quando ero studente — considero le strade troppo deserte, troppo vuote rispetto ai ricordi che ho del passato.
Dico ovvietà? Sarà, ma proprio qui verte questo articolo. Ricordo — attenzione che ora apro il cassetto della nostalgia — che da giovane solevo girare in motorino per il quartiere dove sono nato. Qui devo fare un’eccezione e dirlo, perché fa parte del vanto della mia gioventù: San Zeno, Verona. E così credo di aver detto tutto.
Ecco, dunque. Ricordo le strade piene e le botteghe aperte dove la gente si riversava quotidianamente. Sui “marciapiedi” le persone realmente “marciavano” a “piedi”. Non è un caso che si chiami “marciapiede” quella zona in cui la gente cammina. Che banalità, penserete. Ma non lo è affatto.
🔴 I ricordi delle botteghe
Vedere le strade colme di gente che passeggia è qualcosa che ora ho solo nella memoria. Anch’io, che credo di essere conscio di questo cambiamento, so che sto martellando ossessivamente sulla tastiera per raccontare qualcosa che penso.
E lo faccio dal divano, dove a malapena l’unico contatto con l’esterno è l’avanzare incalzante della radio. La rarefazione dei passanti è sintomo di una società impoverita. Di una società convinta, come me ora, di poter vivere solamente dietro a social e tastiere da dove, bene che vada, si riescono a produrre delle belle frasi coinvolgenti e sincere.
Mi sono dunque fermato su questa riflessione: davvero la zona dei garage sarebbe stata così esposta a situazioni di pericolo se le strade fossero state battute con un maggiore afflusso?
Non so, mi mancano però le piccole botteghe. Manca la pescheria, il lattaio, il negozio di giocattoli, il calzolaio. Mancano, e non c’è niente che mi possa convincere del contrario. L’ipotetico vuoto riempito dai supermercati è falso. Non ho altro da spiegare.
La società è nata attorno al “foro” (si dice così, no?), cioè al mercatorum, ovvero i luoghi dove la gente si riversava per discutere e contrattare. Niente di più anonimo, invece, del supermercato. O meglio, delle decine di inutili supermercati che si stanno costruendo attorno a me.
Noi non avremmo bisogno di queste “scatole di plastica”. Necessitiamo di ritornare a una forma societaria più umana. Il negozio ci manca. Ci manca passeggiare per le vie del nostro quartiere.
⚪ Conclusione
Ho vissuto la giovinezza tra gli anni Ottanta e Novanta e dalla finestra sentivo giungere gli odori del pane sfornato da ben due panifici. E poi il verduraio che aveva accanto il tabaccaio. La farmacia a pochi metri. L’osteria sotto casa (lacrima che scende: la cucina dava proprio nella corte all’interno del condominio dove vivevo), la salumeria all’angolo opposto e la pizzeria.
Se volessi andare avanti, dalla finestra potevo contare decine di persone inoltrarsi nella via “di mezzo” dove potevano trovare altri piccoli negozietti, ognuno artigiano della propria arte.
Ora, invece, le strade sono deserte. Eppure ci sentiamo più social, crediamo di poterci sentire più vivi e uniti standocene nella comodità della nostra poltrona. Qualcosa di sbagliato c’è stato. E non sono così presuntuoso da dire che ce la potremmo fare, qualora ce la mettessimo tutta, a ritornare ai begli anni passati.
No, la mia è e rimane soltanto una sensazione che in tanti comunque possono capire. Ma la situazione è più grande di quello che crediamo.
Per ciò che posso fare, io agisco con la mia testa. E, laddove posso, preferisco le botteghe al supermercato. E sono certo che questo potrebbe portare più gente nelle strade. Più gente a piedi, più traffico “buono”, più controllo, più società, più comunità.
In chiusura, la mancante “call to action”, anche questa volta, la lascio a chi scrive articoli nell’intento di ricevere tante preferenze. Spero di avervi fatto riflettere.




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