🟡 A volte è una poesia a ricordarti chi sei
- 1 feb
- Tempo di lettura: 4 min
🔵 Introduzione
Ho scritto una poesia nel 2004, praticamente una generazione fa. Scrivevo senza dedicare particolare cura ai dettagli e non ero solito rileggere o correggere. Usciva così com’era nato.
Di rado condividevo i miei scritti e ciò credo sia legato al fatto che avrei dovuto esporre una parte troppo intima di me sentendomi un facile bersaglio di commenti e attenzioni.
L’ho riletta ed è stato come ritrovare una foto ingiallita. Era lì in mezzo ad altri vecchi scritti. L’ho ritrovata per caso in una serata in cui non seguivo uno stimolo preciso. Ho cercato di percepire nuovamente cosa mi avesse spinto a scriverla. Non ricordo cosa mi avesse stimolato, magari solo il diletto per la letteratura o il desiderio di dare vita ai pensieri.
Non posso dire di non averla sentita più mia, ma l’ho intesa troppo lontana da me, come se gran parte della volontà iniziale si fosse dissolta. Mi è sembrato di rileggere una bozza, più che una poesia. Molti versi erano ancora acerbi. Mi è parso di barcollare su una barca nel mare mosso. Mancava equilibrio e le frasi erano buttate giù con ingenuità.
Ho comunque voluto cimentarmi nel darle una forma che funzionasse, non tanto per sistemare qualche punto qua e là, quanto per riscriverla tenendo l’ossatura e i contenuti.
Se ho fatto bene o meno a stravolgerla, nemmeno io lo so. Bisogna talvolta lasciarsi guidare dal proprio istinto.
🟣 Ascoltare ciò che si era scritto
Ho riflettuto su cosa volesse significare la riscrittura. Poteva apparire come la necessità di eliminare gli errori grammaticali e, forse in parte, era vero. Ho voluto però anche entrare nella dimensione di allora e tendere l’orecchio a quella voce già un po’ lontana nei ricordi.
Il primo approccio è stato leggerla ad alta voce. Subito è emerso che le parole tra loro non scorrevano bene insieme. Devo ammettere che per anni non ho mai badato a questo, convinto che il mio scrivere non sarebbe mai diventato pubblico. Ciò non toglie, però, che anche una poesia scritta per sé stessi possa diventare un piacere. E lo diventa quando le parole fluiscono senza intoppi.
L’ho riletta più volte e, per quanto correggessi la punteggiatura o sostituissi dei vocaboli, ancora non riuscivo a farla funzionare come volevo. E’ per questa ragione che ho scelto la riscrittura senza il timore di perdere ciò che è stato.
Ora torno al dubbio: è corretto rimuovere le tracce scritte in passato? La domanda mi è nata spontanea, accentuata dal timore di cancellare irreversibilmente una prova tangibile di un’epoca passata.
La risposta ancora non ce l’ho ma non potevo mantenere certe frasi grezze, sfuocate e tanto acerbe da non riconoscerle più.
Oggi la mia voce e la mia scrittura sono diverse. Nel tempo si sono evolute e raffinate. In ciò che scrivo voglio ottenere, in particolare, la piacevolezza della lettura a discapito talvolta di una piena libertà di scrittura.
Eppure, al termine della consistente revisione, mi sono accorto di aver mantenuto alcune piccole parti. Ad esempio, i primi tre versi suonano semplici ma hanno la musicalità che cercavo. Non li ho ritoccati affatto. Credo sia perché sono convinto facciano atterrare il lettore nella giusta dimensione.
Fermate il mondo!
Un respiro, un altro ancora.
Slegate l’intreccio!
Ritengo abbiano mantenuto un bel ritmo e stiano molto bene come inizio della poesia.
🔴 Il confine tra ieri e oggi
La riscrittura è la capacità di guardarsi allo specchio e constatare che, naturalmente, possiamo essere diversi da quelli di un tempo. Significa fare i conti con la propria esperienza.
Per me oggi scrivere ha una funzione diversa rispetto ad anni fa. Segue un corso e una velocità che non potevano esistere nel 2004. C’è più consapevolezza e coraggio, più determinazione.
Mi sono anche posto la domanda se davvero tutto ciò che ho scritto fosse meritevole di essere mantenuto così com’era o se invece non sarebbe stato meglio rimaneggiarlo. Mantenerlo segreto, peraltro, era un po’ come tenere prigioniere le mie idee e conservarle inutilmente per un imprevedibile futuro.
E’ stato però piacevole constatare che qualcosa era perdurato nel tempo e che ancora oggi è riuscito ad accendere nuovamente il mio interesse.
Ho infine riletto più volte e ad alta voce la nuova stesura e finalmente mi somigliava come desideravo: una versione equilibrata e lineare.
Non ho voluto conservare quella originale e il motivo ora è semplice. Non potevo ancora considerarla una poesia matura ma solo un embrione che attendeva di essere dischiuso.
Dal momento in cui ha preso forma, ho potuto scoprire il senso stesso della poesia. L’ho capito solo quando ho voluto darle un nome. E, come ho scritto in coda alla poesia stessa nella breve prosa conclusiva, l’aura emotiva girava intorno alla separazione impalpabile tra me e tutto il resto, in un’angosciata attesa beckettiana.
Così, solo da quel momento è potuto nascere il titolo: “Confine del Vacuosenso”.
⚪ Conclusione
Fortunatamente c’è sempre un cambiamento che avanza e a cui segue una nuova maturità a indicarci cosa è giusto tenere e cosa, invece, lasciare fuori. Il cambiamento non deve essere vissuto come un mero passaggio delle stagioni o un imbruttimento dell’anima. Se è evidente che il corpo cambia, dobbiamo essere consci che la stessa evoluzione riguarda anche i nostri pensieri.
Quanto alla poesia: beh, a me piace ciò che ne è uscito. Non è stato però solo una revisione di ciò che avevo scritto quanto invece un breve e intimo percorso che mi ha messo di fronte al piacere del confronto interiore e del cambiamento.




sono d’accordo per quanto riguarda il percorso di cambiamento, ma sono combattuto sul fatto della revisione e soprattutto della sovrastruttura. ci devo pensare ancora un po’